Quando ho scritto i racconti che oggi compongono L'Albero dei Racconti avevo sulla ventina d'anni. Ora ne ho cinquantaquattro. In mezzo ci stanno trent'anni di vita, una pila di cose imparate e dimenticate, qualche cassetto chiuso bene e qualche file di backup salvato da un computer all'altro come una catena di Sant'Antonio personale. Quei racconti li avevo abbandonati lì, dentro un .doc del 2001 che era a sua volta la trascrizione di fogli e dischetti precedenti — un sedimento, più che un archivio.
Un anno fa, nel 2025, avevo deciso che era ora di tirarli fuori. Li ho dati in pasto a un'AI con l'idea ingenua che mi avrebbe aiutato a ripulirli. L'AI ha ripulito, certo. Ha ripulito così bene che alla fine il libro non era più il mio.
Questo è il racconto di come l'abbiamo recuperato.
L'inganno della prosa pulita
La prima volta che ho riaperto il PDF della revisione 2025, ho pensato che fosse tutto a posto. Anzi: meglio di a posto. Le frasi scorrevano. Le immagini erano più nitide. C'erano persino dei passaggi che non ricordavo di aver scritto e che mi sembravano discretamente belli — e qui avrei dovuto insospettirmi, perché non li avevo scritti io.
L'allarme è scattato sul racconto Il giorno da cancellare. Nella mia memoria era una parabola amara su un uomo che incontra sé stesso adulto in un sogno. Nel PDF era diventato un piccolo episodio cyberpunk ambientato in una Neo-Tokyo che, di mio, non aveva mai visto neanche un grattacielo. C'erano nomi nuovi, personaggi duplicati, una palette di neon e pioggia che non mi apparteneva.
Mi sono fermato. Ho riletto altri pezzi con sguardo diverso, e ho capito che la revisione del 2025 aveva fatto quello che le revisioni LLM fanno quando vengono lasciate andare di mano: aveva normalizzato. Aveva levato le asperità giovanili, smussato le sgrammaticature volute, sostituito i neologismi con sinonimi più digeribili, riscritto le chiuse storte per renderle simmetriche. Aveva, in pratica, addomesticato un ragazzo di vent'anni e lo aveva costretto a parlare come parla un modello linguistico nel 2025.
Il problema non era che fosse scritto male. Il problema era che non era mio.
Una voce ripulita troppo bene non è più una voce: è il fantasma educato di chi parlava prima.
Il file del 2001
La fortuna, in questa storia, ha un nome di file: L'ALBERO DEI RACCONTI.doc. È un Word del 2001 che avevo dimenticato in una cartella di backup, e che ha la stessa funzione che hanno i negativi quando il fotografo si accorge che le stampe sono state ritoccate. Lo apri e vedi com'erano le cose prima.
Era il punto di partenza giusto. Pre-LLM, ovviamente — nel 2001 i modelli linguistici dovevano ancora compiere il loro primo respiro. Quel .doc conteneva i racconti come li avevo scritti io, in quegli anni Novanta che oggi sembrano un secolo fa, con tutta la loro ingenuità intatta: il romanesco vero, le pomposità lessicali del ragazzo che voleva fare lo scrittore, i vecchiezza e i possanza messi lì con la consapevolezza orgogliosa di chi ha appena imparato la parola, le chiuse spezzate, gli incipit che cominciavano da mezza frase.
Da quel momento la regola di lavoro è diventata semplice: il .doc del 2001 è la fonte autoritativa. Tutto il resto — il PDF del 2025, gli appunti, le note a margine — è materiale di confronto. Se c'è discordanza, vince il 2001.
Detto così sembra ovvio. In pratica è stato il principio che ha salvato il libro.
Il metodo: lavorare contro la normalizzazione

Qui entra Cowork. La revisione vera e propria — quella che ha portato il libro dallo stato di cyberpunk involontario a quello di raccolta finalmente sé stessa — l'ho fatta dentro una sessione lunga di Cowork, racconto per racconto, con un metodo che vale la pena raccontare perché è il punto del discorso.
La tentazione, quando lavori con un'AI su un testo, è quella di chiederle di sistemarlo. Riscrivi questa frase, è troppo contorta. Rendi più scorrevole questo passaggio. Migliora la chiusa. Sono richieste che sembrano innocue, e ognuna presa da sola lo è. Sommate, però, fanno esattamente quello che aveva fatto la revisione del 2025: trasformano un libro che è di qualcuno in un libro che è di nessuno.
Il metodo che ha funzionato per me è l'opposto. Niente riscrivimi questo. Mai. Le richieste corrette sono state altre, di tre tipi.
Il primo: diff diagnostici. Aprivo in parallelo il racconto come stava nel 2001 e come stava nel PDF 2025, e chiedevo a Claude di evidenziare le divergenze sostanziali — non quelle ortografiche, ma quelle di voce. Dov'è stato cambiato un aggettivo? Dov'è stata aggiunta una frase che il giovane Simone non avrebbe mai scritto? Dove l'AI ha interpolato? Il diff non riscrive: mostra. La decisione su cosa tenere resta mia.
Il secondo: validazione di voce sui pezzi salvati. Per i racconti che venivano dai .txt originali della metà del libro in poi — quelli che la revisione 2025 non aveva contaminato — il lavoro era diverso: solo refusi, solo tipografia, solo passaggi davvero illeggibili sistemati senza alterare il ritmo. Anche qui niente miglioramenti. Solo errori veri.
Il terzo: caccia agli antipattern. Su tutto il libro, finito, ho passato la skill humanizer per smascherare i sintomi tipici della scrittura LLM che potevano essere rimasti dalle interpolazioni: simbolismi gonfiati, parallelismi negativi («non è solo X, è Y» — il tic preferito dei modelli linguistici quando vogliono sembrare profondi), regola del tre meccanica, em-dash sparsi come coriandoli, frasi finte-sapienziali. Dove ne ho trovati, sono stati rimossi. Dove invece erano sintomi del giovane Simone — il quale, va detto, di pomposità sue ne aveva un suo repertorio — sono rimasti.
Il principio era: Claude non scrive il libro; Claude mi aiuta a vederlo. È un cambio di registro piccolo nella formulazione e enorme nella pratica.
Le skill che hanno fatto la differenza
Le skill che ho usato in questa revisione sono tre, e vale la pena nominarle perché chi vuole revisionare un libro con Cowork può prendersele e usarsele uguale.
prosa-italiana è la skill che governa qualità stilistica, originalità, ritmo, coesione lessicale e convenzioni tipografiche italiane. Le sue regole su tipografia (caporali, em-dash, ellissi, apostrofi curly), su antipattern stilistici e su cosa significhi scrivere bene in italiano sono state la mia bussola per i casi dubbi. È particolarmente utile perché distingue lo stile sbagliato dallo stile diverso: una pomposità giovanile non è un errore, è una scelta. Una sintassi attorcigliata non è un difetto, può essere un'intenzione. La skill aiuta a non confondere le due cose, e questo, in revisione, è la differenza tra rispettare un autore e cancellarlo.
humanizer lavora dall'altro lato. Conosce i pattern dell'AI writing — quelli mappati dalla guida di Wikipedia sui Signs of AI writing — e li trova. Non riscrive: segnala. Tocca poi a chi revisiona decidere se quel pattern è arrivato dall'AI o se è naturale per il testo. La regola che ho usato io: se il pattern non c'era nel 2001 ed è comparso nel 2025, è un'interpolazione. Si rimuove e si torna alla versione originale.
docx, infine, è la skill che servirà per la conversione finale — la fase successiva del lavoro, di cui parlerò un'altra volta. Ne accenno qui solo perché tutto il pipeline editoriale converge lì.
C'è poi una skill non scritta, che è il principio sottostante a tutto: non chiedere mai all'AI di scrivere, chiedere solo di vedere. È stata questa, più di qualunque altra cosa, a salvare il libro.
Cosa abbiamo lasciato stare
Una buona parte del lavoro di revisione, paradossalmente, è consistita nel non fare. Nel resistere all'impulso — mio, prima ancora che dell'AI — di correggere passaggi che a cinquantaquattro anni mi sembravano un po' ingenui o un po' enfatici, ma che a vent'anni erano esattamente quello che il ragazzo aveva voluto scrivere.
Sono rimaste le pomposità del giovane Simone — vecchiezza, possanza, ignavo, avvedersi — usate con quella sicurezza un po' boriosa di chi ha appena scoperto che esiste un dizionario di sinonimi. Sono rimasti i neologismi suoi: Templati per i dannati della Terra dei dannati, immaginificazione perché immaginazione gli sembrava poco. Sono rimaste le sgrammaticature volute, come la frase celebre del finale di Le pupille elettroniche — «Poi fu come se si spense la TV» — che la revisione del 2025 aveva trasformato in qualcosa di pulito e di morto, e che restituita al suo congiuntivo storto torna a essere quello che era: una chiusa giusta.
È rimasto il romanesco, dove c'era. È rimasto il didascalismo metafisico delle parabole, anche dove appesantisce. Sono rimaste le ripetizioni rituali, le anafore-martello del Dannati / Dannati, la sintassi che si avvolge su sé stessa di certi pezzi.
Il libro che ne è uscito non è perfetto. Non doveva esserlo. Doveva essere un libro che il Simone di oggi riconoscesse come scritto dal Simone di allora, senza la mediazione cosmetica di un modello linguistico che ha imparato a scrivere su miliardi di parole medie. È questo, e solo questo, l'obiettivo che la revisione si era data.
Perché un libro così, oggi
L'idea di pubblicare L'Albero dei Racconti nasce proprio dal lavoro di revisione, non lo precede. Avevo scritto, qualche tempo fa su questo stesso blog, un articolo dedicato al libro — il senso del progetto, le quattro sezioni, la struttura del volume. Ma il libro come atto editoriale, come oggetto che vale la pena chiudere e mandare in stampa, è nato in queste settimane, mentre tiravo fuori i racconti dal .doc del 2001 uno per uno.
La ragione è una sola: rendere omaggio ai racconti che sono sopravvissuti.
Non a tutti quelli che il giovane Simone aveva scritto — alcuni li abbiamo lasciati fuori, L'Elfo, La Fuga, La Notizia, L'Architetto, perché non reggevano alla rilettura adulta nemmeno con la massima indulgenza, e includerli sarebbe stato un favore mal ripagato a chi li aveva scritti. Non quelli riscritti dall'AI nella revisione del 2025, che a quel punto erano racconti diversi e non più miei. Soltanto quelli che hanno tenuto il colpo: i ventitré pezzi che attraversano il libro dalle giornate storte di Roma fino alla Terra dei dannati e alla chiusa minuscola di Fidanzatini.
A loro il libro è dedicato, prima ancora che ai lettori. Sono i superstiti. Hanno fatto il viaggio di trent'anni, sono passati attraverso una revisione che li aveva quasi cancellati, e sono tornati a casa con la voce intera. La pubblicazione è il loro ringraziamento.
Si pubblica un libro così non perché i racconti siano invecchiati bene — alcuni sì, altri sono perfettamente datati, e va riconosciuto — ma perché tenuti insieme dicono qualcosa che i singoli pezzi, da soli, non sapevano dire.
Cosa viene adesso
La revisione testuale è chiusa. Il libro, dal punto di vista della scrittura, è quello che sarà. Non ci saranno altre passate di contenuto, e questa è la decisione editoriale più importante presa in tutto il processo: smettere di toccare il testo quando è giusto, e non quando sembra che si potrebbe ancora limare qualcosa.
Quello che resta è la passata tipografica finale. I puntini di sospensione da convertire in ellissi unicode, le caporali sbilanciate da chiudere, le virgolette inglesi da decidere se trasformare in caporali interne o in corsivo, gli apostrofi dritti da valutare in vista del passaggio al curly come standard editoriale italiano. C'è poi la conversione in DOCX per l'impaginazione, e tutto il lavoro di forma — font, gabbie, capilettera, spaziature — che è un altro mestiere e un'altra storia.
Ne parleremo nei prossimi articoli, quando ci sarò dentro. Per ora, il libro è tornato a casa. E questa è già una buona giornata.
