Di tutti i progetti che ho costruito in questi anni, quello a cui tengo di più è anche quello di cui ho perso più pezzi. Non è una frase a effetto: è quello che ho scoperto andando a cercare il materiale per scrivere questo articolo. Appunti spariti, changelog mai salvati dove dovevano stare, una cartella sbagliata che si è mangiata mesi di lavoro, un sito che tiene solo gli articoli più recenti e lascia cadere tutto il resto nel vuoto. Del progetto più importante che abbia mai fatto restano in giro, oggi, meno tracce che di quasi tutti gli altri.
Ed è assurdo. Perché The Safe Place Chronicles — TSP, per chi mi segue da un po’ — non è un progetto come gli altri. È quello da cui è partito tutto.
La scommessa
A giugno del 2025 ho accettato una sfida lanciata da certi influencer: si poteva costruire un videogioco vero, giocabile, senza scrivere una riga di codice, affidandosi soltanto a un’intelligenza artificiale? Non avevo uno stack, né un’architettura pensata in anticipo: solo la curiosità di scoprire se fosse davvero possibile, e la testardaggine di chi non molla finché non trova una risposta.
Quella scommessa è diventata il terreno su cui ho imparato un mestiere intero: lavorare con l’IA non come un esecutore da controllare a vista, ma come un interlocutore vero, uno con cui si può anche sbagliare insieme e ricominciare. Tutto quello che ho fatto dopo — Il Relitto Silente, Runtime TelegramBot Titan Edition, ogni progetto che porta il mio nome — si trascina dietro il peso di quella prima palestra. The Safe Place è stato il primo. Per questo, qualunque cosa succeda agli altri, resta quello a cui tengo di più.

Cos’è diventato, senza guardare l’orologio
Non voglio raccontarvi The Safe Place per versioni e per date, come ho fatto altre volte. Voglio raccontarvelo per quello che è diventato, e basta.
È nato piccolo e ruvido: una mappa fatta di caratteri, un personaggio che muove un passo alla volta, la fame e la sete che scendono senza sconti. Un omaggio dichiarato ai giochi di ruolo testuali che ho consumato da ragazzo, quando l’unica grafica disponibile era quella che ti costruivi in testa.
Poi è cresciuto: un sistema di combattimento con i suoi dadi e le sue tattiche da scoprire sul campo, un crafting che premia chi esplora invece di chi ripete lo stesso gesto cento volte, una progressione lunga fatta di talenti e scelte che pesano davvero. Soprattutto, è arrivata una storia: quella di Ultimo, che attraversa un mondo bruciato portando dentro di sé due eredità morali opposte, quella dura di suo padre e quella compassionevole di sua madre, misurate a ogni bivio da una Bussola Morale che non perdona la superficialità.
E poi, quando ormai il gioco sembrava una casa finita e arredata, ho tirato giù i muri portanti e ho ricostruito tutto da capo: nuovo motore, nuovo modo di gestire la narrazione, nuova architettura sotto la superficie. Da fuori, per chi gioca, quasi nulla è cambiato. Da dentro, per chi l’ha scritto, è cambiato tutto.
Perché sto lasciando andare i miei progetti

Sto chiudendo molti dei progetti che ho aperto in questi anni. Non per stanchezza, e non perché abbiano smesso di piacermi. Semplicemente perché un progetto curato fino all’ultimo dettaglio possibile e poi reso pubblico vale più di un progetto tenuto socchiuso all’infinito nel cassetto di uno sviluppatore che deve anche vivere il resto della sua vita. Li sto chiudendo per bene, uno alla volta, e poi li rendo pubblici: un regalo a chi vorrà metterci le mani sopra.
Nessuno di questi progetti mi ha dato quello che mi ha dato The Safe Place. E il motivo ha poco a che fare con il codice.
Una storia dentro la storia
The Safe Place Chronicles racconta di un ragazzo che attraversa un mondo distrutto per raggiungere un luogo che forse esiste e forse è solo un’idea a cui aggrapparsi, portando dentro di sé due modi opposti di stare al mondo, ereditati da chi lo ha cresciuto.
Io, nello stesso periodo, attraversavo un territorio che non conoscevo — lo sviluppo assistito da un’intelligenza artificiale — portando dentro di me lo scetticismo di chi non aveva mai scritto una riga di codice e non sapeva se un’intelligenza artificiale potesse davvero colmare quella distanza, insieme alla curiosità di chi vuole vedere fin dove si può arrivare così.
Ultimo cerca il suo posto sicuro. Io stavo cercando il mio, in un mestiere che sto ancora imparando a fare in un modo nuovo. Per questo The Safe Place non è soltanto il mio primo progetto: è l’unico, tra tutti, che racconta anche me mentre lo costruivo. Prima o poi ci farò un video, e vi racconterò questa storia per bene, con tutto lo spazio che merita.
L’ultimo giro di bug fixing, e un ringraziamento a Fable 5
In questo momento The Safe Place Chronicles non è giocabile sul sito. Ho appena chiuso un giro di bug fixing globale che ha finalmente sistemato difetti che sapevo essere lì, rotti da tempo, e su cui mi ero arenato per mesi senza trovare la strada per ripararli. Sia lodato Fable 5, che in poche ore ha risolto quello che a me era costato mesi di tentativi falliti.
Il gioco non è cambiato: è soltanto, adesso, completabile fino in fondo. I suoi difetti strutturali, quelli che appartengono al modo in cui è stato progettato e non a un singolo bug isolato, probabilmente resteranno lì per sempre, come una fotografia scattata in un momento preciso del mio percorso di sviluppatore. Non li correggerò. Fanno parte di quello che The Safe Place è stato, imperfezioni comprese.
Il regalo
Ed è arrivato il momento giusto per regalare The Safe Place al mondo, e al suo destino. Sul sito trovate il link alla repository pubblica del progetto, e a breve gli eseguibili compilati per i diversi sistemi operativi. Fatene quello che volete: giocateci, smontatelo, studiatelo, riscrivetelo, ignoratelo. Non è più soltanto mio.
Buon viaggio a voi che lo giocherete, e buon viaggio a te, Ultimo. Tra noi non è un addio. È un arrivederci.
